Nocera Futura

Il debito della mia generazione

Siamo stati l'ultima generazione a vivere Nocera in modo pieno. Poi ci siamo ritirati, io per primo. Questo è il debito, e i debiti si pagano.

Pensieri lunghi Salvatore Forte · 15 maggio 2026

C'è una cosa che la mia generazione non ha mai detto ad alta voce. Non per ipocrisia. Semmai per distrazione, per fretta, forse per quella forma di pudore che impedisce di nominare le cose importanti finché non diventano urgenti.

Comincio a dirlo io, adesso.

Abbiamo avuto molto da questa città. Molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Siamo stati l'ultima generazione che ha vissuto Nocera in modo pieno. Non pieno nel senso di felice o perfetto, ma nel senso di trasversale, partecipato, presente, comunitario. Facevamo sport insieme, ci impegnavamo nelle associazioni, discutevamo di politica nei circoli e nelle sezioni, ci ritrovavamo nei campetti, sui gradoni del San Francesco e soprattutto in piazza. Costruivamo reti che attraversavano scuole, campanili, quartieri, famiglie e idealità. La città era uno spazio aperto e condiviso, non un luogo in cui si abita per caso.

Poi, a un certo punto, ci siamo ritirati. Io per primo.

Chi è andato via per lavoro o per studio, comprensibilmente. Chi è rimasto si è chiuso, spesso, nel privato. Le energie che prima andavano nella cosa pubblica sono finite nel lavoro, nella famiglia, nei problemi quotidiani che crescevano mentre la politica parlava sempre più a sé stessa. Abbiamo smesso di essere protagonisti della città e siamo diventati, nel migliore dei casi, spettatori esigenti. Nel peggiore, semplici commentatori.

Nel frattempo una generazione più giovane guardava e non trovava molto a cui aggrapparsi. Non trovava spazio nei luoghi in cui si decide. Non trovava una città che scommettesse su di lei. Non trovava ragioni sufficienti per restare. E se n'è andata. Non tutta, non tutti. Ma abbastanza da lasciare un vuoto che si vede, se si ha la pazienza di guardare.

Questo è il debito che vedo e che sento

Non è un debito astratto verso un'entità chiamata città. È un debito concreto verso chi ci ha preceduto e ha costruito qualcosa che abbiamo usato senza sempre curarci di mantenerlo. È un debito verso chi è rimasto e ha continuato a fare la propria parte senza fare rumore. È un debito verso chi è venuto dopo e ha trovato meno di quello che avrebbe meritato. Ed è una responsabilità, pesante e urgente, verso i nostri figli.

Per troppo tempo abbiamo preferito avere ragione da fuori. Abbiamo analizzato, criticato, proposto. Abbiamo provato a fare qualcosa di utile e ci proviamo tuttora, con le associazioni e i movimenti. Ma senza accorgercene abbiamo assunto la postura dei commentatori più che quella dei cittadini responsabili. La città, intanto, è andata avanti senza di noi, o nonostante noi. Abbiamo scelto una cittadinanza comoda ma, alla lunga, sterile. Perché avere ragione da fuori non cambia niente. Non sposta una pietra, non apre uno spazio di socialità, non trattiene un ragazzo che sta facendo le valigie.

Come si paga

I debiti si pagano restituendo qualcosa di reale. Non parole, ma tempo, presenza, fatica.

Non si pagano con le dichiarazioni di intenti, né con la buona volontà proclamata quando fa effetto proclamarla. Si pagano con il lavoro quotidiano, con la presenza costante, con la disponibilità a fare le cose difficili anche quando non conviene. Con la fatica concreta di chi scende in campo sapendo che il terreno è pesante, che i risultati non sono garantiti e che l'unica cosa che si può davvero promettere è l'impegno di provarci.

Questa città non ha bisogno di promesse e nemmeno di eroi. Ha bisogno di persone disposte a lavorarci, con metodo, con competenza, con generosità, con la determinazione di chi sa di avere qualcosa da restituire.

Io ci sono.

Non perché pensi di essere indispensabile, ma perché continuare a stare fuori sarebbe, semplicemente, la scelta sbagliata. La nostra generazione ha ancora energie, competenze ed esperienza da mettere a disposizione. Sprecarle in polemiche, rancori e analisi che non producono nulla sarebbe un lusso che questa città non può permettersi e che noi non possiamo più concederci.

Il debito va pagato. Iniziamo?

Pubblicato per la prima volta su cambiamenti.online il 15 maggio 2026. Questa è la versione rivista.

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